PITTURA
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CV
CARLO GIOIA, Taormina (Me), 1950
Vive a Rignano sull’Arno (Fi)
Teologo, attualmente insegna antropologia teologica in qualità di visitor professor presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Beato Ippolito Galantini” di Firenze (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale); impegnato nello studio e nell’approfondimento della pittura ha esposto di recente nel chiostro della Chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze con una personale dedicata ad una lettura degli Arcani Maggiori dei Tarocchi; ha esposto presso l’Arancia della Reggia Ducale di Colorno (Pr) e lì ha ottenuto la segnalazione della giuria nel concorso internazionale d’arte contemporanea “La città dell’aria”; sue opere sono in permanenza presso
La pittura è per questo autore un chiaro strumento di ricerca e di meditazione, i soggetti attingono ad una lettura colta e molto personale dei testi sacri della tradizione cristiana, così come svolgono suggestioni filosofiche e persino alchemico-magiche soprattutto in riferimento ad uno spiccato interesse per la complessità della dimensione corporea. La ricerca pittorica o, più generalmente, intellettuale di questo autore è tra le più vicine al tema proposto agli artisti dal progetto IL FANGO E
In merito alla tecnica, si tratta nella maggioranza dei casi di olio su tavola o su tela, di gessi colorati e pastelli a olio su tavola con un ciclo di opere eseguite su carta gialla a guazzo. Il segno è minuto e accurato tanto da ricordare i codici miniati nell’infinità di dettagli imprevisti e nelle contorsioni interne alla forma. La figura umana è colta in un vortice di molteplici interessi semantici, scandagliata ed esposta all’analisi della sua consistenza più spirituale che materiale; la verosimiglianza e il realismo pittorico, infatti, sono spesso sospesi a favore di una complessa articolazione grafica che scompone la figura e l’arricchisce di spazi, volumi, echi e riverberi, le fornisce un’anima mutevole. La narrazione così procede dal piano figurativo – la scena rappresentata nel quadro – a quello, si potrebbe dire, semantico – l’interno stesso delle figure rappresentate – mosso come da un’incessante glossa.
NOTA CRITICA
L’UOMO, IL DIO E IL MISTICO ANACORETA
a cura di SPG
Nell’opera pittorica di Carlo Gioia prevale l’intento della ricerca di sé, la pittura è una meditazione privata e profonda, un esercizio alla visione dell’oltre. L’attenzione analitica e la cura per l’infinitamente piccolo ricordano la disciplina monastica dei miniaturisti medievali che incredibilmente permane anche nelle tavole di grandi dimensioni. Conta senz’altro l’insieme, l’impasto dei colori, delle rotondità, del senso di pienezza, ma conta anche e forse di più la parte, il dettaglio imprevisto, lo scavo dall’interno nella materia simbolica della forma, nella sua consistenza di segno.
La figurazione è condotta su diversi livelli oltre la verosimiglianza; lo spirito della ricerca grafica e pittorica è essenzialmente semantico, le forme sono impegnate in una costante tensione polisemica. Niente è solo ciò che sembra eppure ogni cosa ha un suo posto nella rappresentazione del reale che si ricava dall’opera di Carlo Gioia. L’autore non è, infatti, interessato all’astrazione ma al disvelamento e alla complessità. Le figure si animano dall’interno di una vita sottile, la trasparenza da cui si intravede l’oltre al di là dell’ombra dei corpi è il risultato di una visione. Questa visione è ciò che negli anni di studio, di interrogazione filosofica del reale è emerso e ha condotto la figurazione di Gioia agli esiti esoterici prevalenti nella gran parte della sua opera.
San Giovanni a Patmos, l’anacoreta, il profeta visionario dell’apocalisse, è un esempio interessante di questo approccio esoterico, della pittura come strumento di un codice e come disciplina di lettura simbolica del reale celato nella forma. La visione è il senso teologico della figura di Giovanni inteso come l’anacoreta che pone il suo spirito al servizio della ricerca mistica della verità; questo San Giovanni a Patmos, però, è anche una delle molte trasfigurazioni pittoriche dell’artista, di Carlo Gioia e di ciò che egli pensa dell’arte.
Il divino, la rivelazione che esso rappresenta, il disvelamento e la chiarezza finale, è la forza che trapassa il corpo e raggiunge lo spirito e accende la visione. Dal dorso si apre l’invaso da cui il soffio divino accede e percorre il corpo fino a divenire suono nel cavo della conchiglia retta nella mano destra. L’ineffabile e l’immenso, il silenzio il mare la luce attraversano questo San Giovanni e lo sorreggono; nella sua rappresentazione pittorica si coglie la volontà di farne un’icona, una sintesi metonimica e fortemente evocativa di una condizione specifica, di uno stato, un modo di stare nell’arte e nella ricerca. I dettagli, le singole parti minute del dipinto, sono segni di un linguaggio che nasce da una lettura molto personale delle Scritture, della tradizione mistica e misterica non solo cristiana. Tra i dettagli: il manto che avvolge il capo su cui ardono lingue di fuoco è il segno della profezia; al suo fianco un cartiglio con penna e calamaio indica la presenza del linguaggio e con esso della presa logica sull’altrimenti ineffabile materia spirituale; infine, l’agave succulenta che sembra sorgere dal corpo è garanzia di un radicamento che deriva dalla materia fisica, dall’essere terra dell’uomo a cui il cielo riempie lo sguardo e il cuore e la visione occupa per intero l’esistenza.
Il tema dell’anacoreta come quello della visione ricorre nell’opera di Gioia, in particolare nella sua pregiata produzione di disegni su carta gialla. In essi, come anche in molte delle tavole, ricorrono temi provenienti dalla tradizione biblica e dalla lettura dei Vangeli, soprattutto nella prima parte della sua attività pittorica. Le cene come le frequenti rappresentazioni del volto di Cristo sono tappe importanti della sua ricerca. Cristo è un meraviglioso specchio dell’uomo nella poetica figurativa di questo autore, è il volto in cui guardare per essere visti e vedere. I molti occhi del disegno di questo volto, sono eco e suono della coscienza, l’umanità espressa da questi volti è profonda e infinitamente poetica, nell’andamento sapienziale di queste letture dell’icona cristologia non manca mai, infatti, il tormento assolutamente umano, la molteplicità, il conflitto e persino l’ombra.
Nel proseguo della sua attività, Gioia abbandona progressivamente i temi più esplicitamente legati alla tradizione cristiana e conduce la sua ricerca in direzione di una sintesi olistica in cui lo spirito è solo un modo del corpo come il corpo un modo dello spirito. La maggiore fisicità che si attesta nei suoi ultimi lavori è funzione di una riflessione sulla complessità della dimensione corporea e, a partire da essa, sulla natura stessa della creazione come generazione dalla materia.
Un esempio di questo viaggio molto espressivo nell’impasto del corpo, della sua dimensione materiale e psichica, è l’opera intitolata Babel, la porta del dio.
Babel è un polittico di grandi dimensioni, qui l’immaginario profondo dell’autore anima una scena complessa e ricchissima di figure ipertrofiche e pulsanti; la complessità della figurazione è articolata con forza e equilibrio, il gesso secco sulla tavola coglie con sorprendente precisione ogni minimo granello di questa animosa materia psichica. Senza apparente dispersione, infatti, tutto sembra permanere nella rappresentazione condotta con coraggio come dall’interno, dall’altra parte dello specchio. L’icona lucente della mimesi realistica è rivoltata, il suo interno umido e pastoso è offerto alla visione profonda indecorosa viscerale e bellissima. Gli umori si condensano al centro, nell’ampolla che raccoglie il principio vitale emanato dal Dio al centro di tutto. C’è una vis ostensoria che sorregge questa rappresentazione di istinti, pulsioni e segreti aneliti: la volontà non più solo pittorica di mostrare l’oltre, la sua consistenza iperumana, i suoi riverberi mitici. Il Dio dipinto al centro della rappresentazione ne è anche il centro simbolico, da esso si diramano tutte le figure e le esistenze del quadro, è la chiave di una volta di pampini ricchi di uva che, con riferimento alla cifra esoterica di tutta l’opera di Gioia, è uva bianca e uva nera come l’ombra e la luce, la ragione e il mistero, l’essere e il nulla. La divinità pertanto, al centro del magma organico, svolge la funzione dello spirito, della forza liquida della creazione, è principio di vita e contemporaneamente di ordine, la forma che la vita si appresta ad assumere. In questa folla di esistenze indistinte e intrecciate come in un unico ridente corpo, l’individuo, l’uno, il distinto è solo il dio al centro. Ad esso è affidato il compito della generazione.
Nella figura esile di questa divinità-sorgente ci sono riferimenti alchemici, come l’ampolla in cui termina il getto che proviene dai suoi genitali, ma c’è, anche, una lettura molto convincente della tradizione iconografica in cui al centro il Cristo, la divinità che offre il suo lato umano al consumo dell’uomo, abbraccia la scena e si pone quale mediazione e ordine sul caos della materia umana da cui tutto viene e si crea in forza dello spirito.
In conclusione, l’opera di Gioia, così intensamente connessa con il suo percorso personale di studioso e di intellettuale, rivolge ai suoi fruitori un invito sincero alla riflessione su di sé. Il titolo che Gioia infatti, ha voluto dare a questa sua raccolta di opere è RITORNO A SE’ STESSI, considerando l’arte una buona occasione in questo senso.