IL GAVAGAI
gavagai è lo pseudonimo utilizzato da Silvia Petronici, ideatrice e curatrice del PROGETTO GAVAGAI, fin da quando ha iniziato, durante gli studi universitari, a occuparsi di arte scrivendo note critiche e presentando le mostre degli amici artisti. Il riferimento è ad un celebre argomento del filosofo americano Quine – l’argomento del gavagai – utilizzato nell’ambito della dimostrazione della sua tesi dell’indeterminatezza della traduzione radicale. Parlando di traduzione da un linguaggio all’altro, Quine introduce la questione dei comportamenti associati al linguaggio dall’osservazione dei quali il cosiddetto linguista sul campo deduce le sue traduzioni. Ora, data questa osservazione dei comportamenti linguistici di una certa tribù, il gavagai sembra essere un coniglio bianco o qualcosa cui un coniglio bianco in qualche modo afferisce. La conclusione di questa argomentazione è che non può esistere una traduzione radicale nella quale ogni significato possa essere semplicemente trasposto dal termine di un linguaggio a quello di un altro e questo perché il linguaggio non è solo un sistema coerente di regole formali ma è anche un comportamento che in quanto tale scaturisce da una pratica di vita difficilmente riproducibile o verbalizzabile al di la dei suoi confini sociali e culturali.
L’allusione a questo argomento filosofico significa suggerire che nell’idea dell’arte qui sostenuta non c’è posto per impostazioni disciplinari rigide e che nella lettura e nell’interpretazione del fenomeno artistico è fondamentale l’elemento indeterminato e aperto rappresentato dalla vita e dalla sua pratica di cui l’arte si nutre al di là e oltre l’elaborazione formale. Insomma non c’è un manuale di traduzione dall’immagine alla parola ma molti e vari sono i punti di vista via via utili a stabilire il passaggio e ad ampliare il volume della comunicazione tra l’autore e il suo contesto, l’autore e il fruitore della sua opera. Il gavagai è sempre un balzo più in là persino della più acuta e sottile traduzione (-interpretazione).
Il coniglio bianco – o meglio il bianconiglio – è poi anche la brillante metafora di Lewis Carroll che in Alice nel paese delle meraviglie esemplifica la curiosità e il pericoloso ed eccitante precipitare nella conoscenza.
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